Regime “impatriati” – residenza fiscale all’estero – interpello

Con la Risoluzione n. 51/E del 6 luglio 2018, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che, benché l’art. 16 del d.lgs n. 147 del 2015 non indichi in maniera esplicita, per i contribuenti di cui al comma 2  (c.d. “impatriati“), un periodo minimo di non residenza in Italia (come invece previsto per i contribuenti di cui al comma 1), tale elemento temporale deve essere identificato con il periodo minimo di lavoro prestato all’estero che la norma in commento stabilisce in due anni.

Quanto al tema dell’identificazione del luogo di residenza dei contribuenti, la Risoluzione, dopo aver ricordato che “ai sensi dell’art. 2 del TUIR, sono residenti in Italia le persone fisiche che, per almeno 183 giorni (o 184 giorni in caso di anno bisestile), sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile” e che tali condizioni “sono fra loro alternative; pertanto, la sussistenza anche di una sola di esse è sufficiente a fare ritenere che un soggetto sia qualificato, ai fini fiscali, residente in Italia” indica che “per fruire del beneficio fiscale ai sensi del citato articolo 16, comma 2, il soggetto, per i due periodi di imposta antecedenti a quello in cui si rende applicabile l’agevolazione, non deve essere stato iscritto nelle liste anagrafiche della popolazione residente e non deve avere avuto nel territorio dello Stato il centro principale dei propri affari e interessi, né la dimora abituale …”: a modesto parere di chi scrive, la logica argomentativa della prima frase avrebbe dovuto portare all’utilizzo della congiunzione disgiuntiva “o” nella seconda, ma evidentemente questo avrebbe avuto significative ripercussioni nel caso inverso di verifica della residenza estera che, invece, secondo un orientamento consolidato dell’Agenzia, non può che partire proprio dal requisito formale, ma essenziale, dell’iscrizione all’AIRE.

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