Lavorare tutti, lavorare meno

Il sindacato più grande della Germania, IG Metall, ha recentemente siglato un accordo che consente ai suoi iscritti di lavorare 28 ore alla settimana, per un periodo della durata fino a due anni (tipicamente, quando quello in cui si hanno i figli piccoli): e i membri del sindacato sono per la maggior parte uomini.

Diversi sondaggi hanno mostrato che la parte preponderante dei millenials (sia uomini, sia donne) non vogliono fare il tempo pieno, avendo posto l'”equilibrio vita-lavoro” come valore sovraordinato alla carriera: fino a qualche tempo fa questo sarebbe stato impossibile, poiché qualunque datore di lavoro avesse udito simili discorsi avrebbe scartato il potenziale candidato, data l’abbondanza di suoi colleghi tendezialmente più disperati. Ma le rilevazioni attuali danno un’economia che cresce con il tasso più rapido dal 2011 e un numero molto contenuto di “disoccupati qualificati”.

Certo, la questione non è personale: è di sistema.

Per questo il caso tedesco può essere emblematico, quasi da “trendsetter silenzioso“: anche perché, quando i lavoratori tedeschi vanno a casa, la loro libertà appare vera e completa: molte società, ad esempio, limitano il numero delle e-mail nel dopo lavoro e la Daimler è addirittura arrivata a eliminare le e-mail per gli impiegati in ferie.

Chiaramente la riduzione dell’orario non aiuterà i lavoratori pagati meno bene, che non hanno la possibilità di lavorare di meno, né quelli “in carriera”, di solito innamorati del lavoro (se non del tutto workaholic) e con possibilità economiche tali da permettersi aiuti nelle cose di casa: ma certamente sarà un cambiamento per una grande fetta della classe media dei lavoratori dei Paesi avanzati.

Si potrà lavorare di meno per accudire i figli o i genitori anziani, si lavorerà di più in altre fasi della propria vita (ad esempio, l’accordo IG Metall semplifica la possibilità di aumentare le ore lavorative da 35 fino a 40 alla settimana); e questo tipo di flessibilità potrebbe azzerare la cosiddetta “impronta materna“, che penalizza la carriera delle donne solo perché nel corso di una vita passata a lavorare hanno trascorso pochi anni ad accudire i propri figli (cosa che, in aggiunta, dovrebbe essere un merito anche sociale, non un’onta indelebile).

Chissà: forse lavoreremo meno, forse lavoreremo quasi tutti.

E, forse, torneremo a vivere e a comportarci da esseri umani.

 

Fonte:

  • GQ Inc. / MARZO 2018, “Lavoreremo tutti, lavoreremo meno. Forse“.- Simon Kupfer

 

 

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