Gli effetti negativi del decreto dignità: il se e il quanto

Ho letto con interesse un breve, dettagliato e chiarissimo articolo scritto da una persona che conosco, molto perbene e onesta intellettualmente. Un economista che per passione fa il professore universitario: Francesco Daveri.

Mi ha colpito la chiarezza e l’immediatezza di questo passaggio:

In questo caso, la Relazione tecnica allegata al decreto contiene una stima degli effetti della riduzione del limite massimo della sola durata dei contratti. È stata predisposta dall’Inps e condivisa (con il solito “bollino”) dalla Ragioneria. La stima parte da qualche dato e ipotesi, descritti sommariamente nel documento. Ci sono circa 2 milioni di contratti a tempo determinato attivati ogni anno (al netto dei lavoratori stagionali, agricoli e della pubblica amministrazione, inclusi i lavoratori soggetti a somministrazione). Il 4 per cento del totale (80 mila) supera la soglia dei 24 mesi ed è quindi soggetto al rischio di non riconferma. Di questi – si assume, in modo plausibile – il 10 per cento circa (il tasso di disoccupazione prevalente oggi in Italia) potrebbe non trovare un’altra occupazione, il che porta a concludere che nel 2019 circa 8 mila soggetti (e 3 mila nello scorcio di mesi prima della fine del 2018) sarebbero interessati da questo provvedimento – un numero che rimarrebbe costante negli anni futuri. Sotto queste ipotesi, la perdita di occupazione sarebbe dunque in tutto di ottomila unità. Una perdita risibile sul totale degli occupati anche solo a tempo determinato. Ma con vari effetti sul bilancio pubblico per le minori entrate contributive e le maggiori uscite per le indennità di disoccupazione …

Quale sarebbe la parte non chiara? Cosa di così sconvolgente e odiosamente professorale è contenuto in quelle stime?

Sono sempre stato fermamente convinto di questa cosa: è fondamentale capire e ricordare che nella vita e nella politica si può decidere di fare tutto e il contrario di tutto. Ma farlo informati e sulla base di conoscenze, di solito porta minori conseguenze per gli altri e, nei casi peggiori, consente una migliore strategia difensiva a chi, nonostante tutto, abbia voluto assumere una decisione “sbagliata”.

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